Ci sono situazioni magari anche banali, nella vita di ciascuno di noi che si imprimono indelebilmente nella nostra memoria perchè legate ad alcuni eventi della storia. La finale dei mondiali di calcio, l’11 settembre, un terremoto. Inevitabilmente ricordiamo dov’eravamo e cosa facevamo quel giorno. Il 16 marzo 1978 ero a scuola, frequentavo la prima media. Alla terza o quarta ora lezione di disegno. Il professore, un artista, un uomo estroso, dai capelli grigi sempre spettinati e apparentemente sulle nuvole, entra in classe con una faccia terrea e ci comunica che poco prima era stato rapito Aldo Moro e uccisa la sua scorta. Poco capivo di politica allora e che importanza avrebbe avuto nella storia della repubblica. Era la fine degli anni 70, guardavo scorrere gli anni di piombo guardando i telegiornali della rai in bianco e nero, e ci si era quasi abituati al fatto che ogni tanto ci fosse un attentato, un rapimento, una bomba. In tv non perdevo una puntata di Heidi e presto mi sarei appassionato alle vicende di Goldrake. Alla lettura dei libri affiancavo i giornaletti a fumetti. Uno in particolare di cui non perdevo un numero (il per me mitico Corriere dei ragazzi diventato poi Boy Music) nel quale i protagonisti erano adulti: poliziotte tettute e investigatori dal fisico scolpito, primi emblemi di un sesso raffigurato di cui non conoscevo nemmeno l’abc. E poi notizie musicali, testi di canzoni e poster dei cantanti con i quali avevo tappezzato le pareti di camera mia. Il primo 45 giri acquistato: “Summer Nights” tratto da Grease (1500…2000 lire?) che potevo finalmente suonare in una piastra per dischi usata nel salotto di casa. Un ragazzo con degli improbabili occhiali a goccia che si scurivano alla luce e la riga a destra tra i capelli che si apprestava al traghettamento verso l’adolescenza con quel senso di smarrimento e di terrore visto nello sguardo del professore, difficile da dimenticare
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Ritorno al Carnevale
20/01/2008Si sono appena spente le luci di Natale sui balconi, che è già Carnevale. Ritorno a vedere la sfilata dei carri di Fano. dopo diversi anni, con il pretesto di fare qualche scatto. I carri scorrono inesorabili con i loro colori esplosivi, nel grigiore della nebbia, perpetuando il rito profano del Carnevale e offrono poco di nuovo ai miei occhi rispetto a quando ero piccolo che mi sembravano giganteschi e affascinanti.
Mancano appunto le sensazioni che agli occhi di me bambino rendeva no quella festa molto affascinante: l’attesa della festa, la curiosità dei carri, i coriandoli, i bambini in costume, il getto di dolciumi dai palchi e dai carri. Tuttavia non sono mai stato coinvolto fino in fondo: non ero mai fiero del mio costume quelle poche volte che l’avevo, e tornavo spesso deluso del modesto bottino che riuscivo a racimolare di caramelle che non mi piacevano e cioccolate già pestate da altri. Non mi gettavo nella mischia, ne ero attratto eppure rifuggivo quei gruppi di ragazzi che giravano con i manganelli di plastica. Segno dei tempi oggi la sfida è a spruzzi di bombolette di schiuma e stelle filanti in formato spray. Ormai ventenne ho avuto soddisfatto il mio desiderio di salire su un carro, e di essere io quello che poteva distribuire un po’ di felicità nei bambini, che si assiepavano sotto per fare incetta di dolci. Poi dopo qualche anno sui palchi ho evitato di partecipare. Tutto sembra come allora, ma difficile rubare qualche scatto che mi soddisfi.












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