Cristina Donà, My Brightest Diamond e St Vincent a Frequenze disturbate
Serata tutta al femminile la prima di “Frequenze disturbate” davanti al Palazzo Ducale di Urbino il 9 agosto. Elemento di spicco della serata Cristina Donà, che mi ha spinto a partecipare, visto che le sue canzoni sono state colonna sonora dei miei ultimi mesi, preceduta da My Brightest Diamond e St. Vincent, due singer statunitensi. Se devo dire la verità forse la pecca maggiore di questa serata e di avergli dato questa impronta esclusiva. Le prime due cantanti non riescono a catturare troppo la mia attenzione: troppo monocordi, simili nell’approccio su di un palco troppo grande per loro, chitarra e voce sola e quasi timide nel voler riscaldare il pubblico presente. Il rischio in questi casi che l’attenzione cada a ricercare se sono piu’ frequenti le echi di PJ o di Tori, per non parlare delle influenze della signora Guðmundsdóttir.
Il succedersi di Cristina sul palco, anche lei con chitarra e voce, è un distacco abbastanza forte rispetto alla musica fin qui suonata. L’arrivo del gruppo e l’introduzione de “L’ultima giornata di sole” riesce poi a riscaldare il pubblico rimasto fino a quel momento un po’ distaccato.
Cristina rispetta la scaletta e da il meglio delle sue energie nella parte finale e nel bis. Negli intermezzi parlati cerca di essere accattivante rischiando di risultare un po’ forzata. In questo modo pur essendo musicista e autrice di livello finisce per non riuscire sempre a regalare con la stessa intensità dal vivo le emozioni suscitate dall’ascolto delle sue canzoni su disco
Non mi ero mai posto di cosa volesse dire stare dietro le quinte in un teatro. Quando da spettatore vedevo una rappresentazione mi ponevo di fronte solo a quello che vedevo, lasciandomi emozionare da chi o che cosa fosse in scena. Sopra un palcoscenico teatrale c’ero già stato durante qualche memorabile ma raro concerto. Immobile con una partitura tra le mani, seguendo i cenni del direttore e modulando la mia voce a tempo di musica. Ricordo: il buio in sala, il silenzio, il pubblico indistinto che respirava come se fosse una sola anima, l’adrenalina che fa tremare il palato e che mi confermava che c’era emozione, l’applauso liberatorio. Ma farne parte, entrare nella scena, partecipare anche con la mia faccia e con il mio corpo non mi era mai capitato finchè non ho incontrato Donizetti sulla mia strada.
No, non sono rimasto folgorato dalla musica del compositore bergamasco, non in senso letterario, ma mi sono trovato nel giro di un anno a dover accompagnare come corista alcune sue opere, l’ultima delle quali Don Gregorio, rifacimento dello stesso autore, per il teatro San Carlo di Napoli, della piu’ nota “L’ajo nell’imbarazzo“. Il protagonista è il precettore dei figli di un marchese integerrimo e misogino ed ha il compito di educare i due giovani e di tenerli alla larga dalle donne viste come simbolo della perdizione. In realtà i due si danno da fare alle spalle del padre con le sole due presenze femminili in scena: una vecchia cameriera e una vicina di casa con tanto di figlio appresso. Da qui si dipana una vicenda di equivoci e sotterfugi con il sospirato lieto fine. Testimoni severi, ma fino a un certo punto, di tutte le vicende la schiera dei camerieri che è interpretata dal coro.
L’edizione moderna che come quella originale vede sostituite le parti dei recitativi con dialoghi, disegna la figura del protagonista attingendo a piene mani dal reportorio classico del teatro napoletano. Don Gregorio a volte è De Filippo, a volte Totò, a volte Nino Taranto grazie ad una magistrale interpretazione a tutto tondo di Paolo Bordogna, che ha contribuito alla riscrittura di alcune parti. La scelta registica poi di rappresentare il tutto come una tragicommedia dei segreti, ciascuno dei personaggi ha un segreto da nascondere, primo fra tutti Don Gregorio che ama travestirsi nel privato, ha il pregio di rivitalizzare l’opera con freschezza e vivacità che diverte gli spettatori e magari fa storcere il naso ai melomani di tradizione.
Pur avendo pochi interventi in scena è stato comunque divertente e appassionante partecipare a questo allestimento condividere le giornate di prova e le rappresentazioni con un cast artistico di tale levatura, considerando poi che nella stessa giornata dovevo dividermi tra le scrivanie dell’ufficio e le assi del palcoscenico. Non essendo un grande appassionato di lirica mi approccio all’opera senza conoscere nulla né della storia né dell’impianto musicale e questo contribuisce ad accrescere in me la curiosità e l’entusiasmo nella costruzione dell’evento durante le prove.
E cosi da dietro una quinta, nei momenti di pausa in cui non ero in scena, con l’immancabile fotocamera tra le mani, mi sono goduto lo spettacolo da vicino e mai come stavolta è stato piacevole esserci.
Il secondo atto è poi un susseguirsi di travestimenti da parte di tutti i personaggi per accogliere finalmente una donna in casa che rimane l’unica vestita in abiti maschili, mentre pure il coro abbandona l’austerità del gilet e della parananza da cameriere, per indossare vestaglie di chiffon e bolerini con boa di piume per prodursi in un finale colorato e glamour alla “cage aux folles”.
Pubblico entusiasta nelle due serate messe in scena al teatro della fortuna di Fano a chiusura del Carnevale e non poteva essere altrimenti.
Per rendere l’idea un estratto video da un precedente allestimento al Wexford Festival Opera 2006 ma che annovera lo stesso cast di Fano.
Per chi è interessato prossimamente qui …. ma senza il sottoscritto ovviamente…
Per la seconda volta, nel giro di un anno ho avuto l’onore di essere incluso nel cast di un’opera lirica. Lo ritengo un privilegio poter calcare un palcoscenico, smettere di essere l’impiegato alle prese con le beghe della vita quotidiana di ufficio e calarsi nella finzione piu’ affascinante del melodramma per essere partecipe e complice di un amore contrastato, che non lascia superstiti i due amanti. Per due settimane il mio tempo libero dedicato totalmente a prove musicali, di regia e di costumi. Ed è sempre un’esperienza appagante vedere creare l’allestimento e quel che succede dietro le quinte, i movimenti degli attrezzisti, gli accenni dei cantanti, la complicità tra colleghi, le luci dei camerini del trucco. Poi la prova generale dove tutto deve andare come dovrà essere. E l’emozione adrenalinica è forte alimentata dal timore di non ricordarsi un attacco, o di non riuscire a vedere il direttore, o di sbagliare la posizione nella scena. Poi tutto va e il sipario si chiude con dentro soddisfazione e già nostalgia per dover lasciare quel palco e quella parrucca con cui ho giocato, per dirla all’inglese, a essere un altro.