Sono andato a Paranoid Park la sera di Santo Stefano, come uno skater ho surfato su dune di cemento, sfidando la gravità.
Paranoid Park di Gus Van Sant è la stesura di una lettera. Appunti scritti tutti freneticamente per raccontare su fogli che sembrano non finire mai, un segreto da contenere e esternare allo stesso tempo per esorcizzare la sua assurdità.
Gli occhi dei ragazzi sono i protagonisti di questo film così come le immagini che tramite questi, gli stessi ragazzi percepiscono del mondo esterno. Un super8 senza camera fissa, sfocato, scorretto, in cui gli adulti sono spesso fuori quadro, e se vengono inquadrati hanno lo stesso sguardo smarrito dei figli. Nessun interesse per quel che accade: la pagina dello sport è preferibile alla cronaca della guerra in Iraq, sempre che vi sia ancora spazio sui giornali per questo argomento e la prima volta è un evento da raccontare alle amiche come una notizia dell’ultim’ora, poca importante è che abbia lasciato indifferenti entrambi.
Una storia con attori giovani, e non trentenni che si fingono tali come nelle nostrane pellicole piene di lucchetti, e con una colonna sonora che alterna l’hip hop a brani di Nino Rota di felliniana memoria.
p.s. Tornando dal cinema un ragazzo in bici contromano e senza fanali per poco non incontrava il cofano della mia macchina che notoriamente non sfreccia per le vie della città per mano del suo guidatore. Tornando a casa le luci di un viale mi hanno ispirato questa foto












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