07/05/0808

storia di una foto

Mi sveglio dal letargo del blog per raccontare la storia di una foto con intenti piu’ o meno disinteressati. Un tiepido pomeriggio di febbraio , una gita sull’appennino marchigiano insieme all’amico Lio. Si va per fare foto, natura, paesaggi, panoramiche con il cavalletto per provare un po’ di photomerge. In cima al Monte Petrano una spianata ampissima dove alcuni appassionati surfano sull’erba, dove spuntano dei timidi crocchi.



Sulla strada una costruzione fatiscente. Soffitti sfondati, finestre divelte e cumuli di macerie all’interno. In piedi solo i muri portanti. Un luogo affascinante, isolato sulla montagna. Sulla parete esterna si leggono le tracce lasciate da lettere ormai cadute da tempo “Casa montana della gi….” oventù”. Un “monumento” ancora in piedi del periodo fascista che sembra resistere al tempo, al vento, alla neve e dentro chissà che ricordi, di quale gioventù ormai non più tale.

Entriamo facendo attenzione da una apertura sul retro dove è rimasta una cucina economica che arrugginita sovrasta quell’ambiente in decadenza. Uno sguardo ad una stanzetta e alla luce del tramonto che vi entra. E penso che non posso lasciarmi sfuggire questa occasione. Richiamo Lio che è già uscito e gli chiedo di mettersi di fianco alla finestra. Due scatti un gioco di luci del tramonto, l’amico Lio e viene fuori forse una delle mie migliori foto.

Foto di luoghi, di oggetti, di viaggi: pochi ritratti nelle mie fotografie e dire che il tema è forse quello che piu’ affascina rappresentare, perchè la figura umana arricchisce sempre di significato uno scatto. Lo sguardo chiuso in se stesso, rivolto verso il basso, quel muro scrostato e quell’ombra così netta mi suggeriscono alcune considerazioni “…pensando ad ex-amanti, altre vite, percorsi noti ma ormai esauriti, consumati…rimango in attesa di ricostruire qualcosa…” ed attuo cosi un trasfert di me stesso in quell’immagine.

E’ la foto forse più amata del mio photostream dagli amici flickeriani che mi regalano numerosi e bei commenti. Questo mi incoraggia a partecipare al concorso di Canon “L’incarico”, dove la foto può essere visionata  e votata cliccando sulla stellina in basso dopo esservi registrati. Se proprio lo volete fare…tante grazie. Torno a sonnecchiare…

06/04/0808

strade, bottiglie e scaffali virtuali

Immaginate un mondo senza più guerre perchè tutto è già stato sparato, un mondo senza religioni perchè l’unico credo è la sopravvivenza, un mondo in cui la natura non produce perchè definitivamente sconfitta dalla follia umana, un mondo in cui solo i mutamenti atmosferici danno un senso di qualcosa che cambia.

Immagine di La strada

Questo è lo scenario sconfortante in cui è ambientato “La strada” di Cormac McCarthy, una strada di cui si fa fatica a riconoscerne i contorni perchè ormai una cenere indistinta ha ingrigito il mondo, ma è l’unico punto di riferimento per un padre e un bambino la cui destinazione è il mare. Se in tanti hanno provato a disegnare quale potrebbe essere la dimensioni del mondo, un domani che le risorse fossero definitivamente esaurite, quella di McCarthy seppure nella sua visione catastrofica, ha sicuramente una dimensione che sento molto realistica per la sua quasi imminenza.

Ormai il mondo sembra cosi indissolubilmente legato alle risorse energetiche fossili, che pur sapendo che si esauriranno prima o poi non fa nulla per trovare delle alternative e ci si troverà di far fronte ad un’economia che non riuscirà più a produrre. Occorre un cambiamento culturale nelle nostre piccole azioni quotidiane, basta con la cultura dell’usa e getta, ma tornare ad un uso più equo dei materiali. Ho ancora ricordo della bottiglia di vetro del latte davanti al cancello di casa la mattina presto e di quella vuota che si lasciava la sera precedente. La stessa cultura del riciclo del vetro prevede la distruzione e la rigenerazione del materiale con ulteriore aggravio energetico quando le bottiglie si potrebbero riutilizzare dopo la sterilizzazione.

Ritornando al libro che ti attanaglia fino alla fine, scoperto grazie a uno dei miei pusher preferiti della rete, si percorre questo viaggio a fianco dei due protagonisti dove lo scrittore ci porta nei pensieri sia dell’uomo che del bambino, in una visione grigia ma non disperata di un mondo che dalle ceneri potrebbe ricominciare partendo proprio dai valori piu’ elementari. Io che sono un sonnecchiante lettore con pile di libri da finire sul comodino, mi sono appassionato e lo consiglio.

E nel frattempo ho riempito pure il mio scaffale online, dove ho raccolto le letture “finite” degli ultimi anni. Un’altra comunità virtuale dove confronti i tuoi gusti con altri e misuri le tue affinità. Interessante, divertente e utile.

29/03/0808

un anno di più


Concedetemi questo ulteriore spazio di egocentrismo e autocelebrazione. La foto mi piace nonostante il viso leggermente fuori fuoco ma ci sta bene e può anche viaggiare fuori dall’hard disk. Affronto questo anno ancora con la faccia stralunata ma curioso ancora di vita e di storie. E poi è scattata in uno dei posti che amo di più.

23/03/0808

altri fratelli… altri delitti

Il primo pensiero nel vedere il film di Sydney Lumet, “Onora il padre e la madre“, caduta negli inferi di una famiglia ad opera di due fratelli intrisi di avidità criminosa, viene da pensare agli altri due fratelli di “Sogni e delitti” anch’essi disastrati finanziariamente che sperano di risolvere i loro guai con un delitto.

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Ma mentre McGregor e Farrell erano due facce della stessa medaglia, alter ego di un Woody Allen in trasferta inglese, qui l’imbolsito Philip Seymour Hoffmann e l’arruffato Ethan Hawke, peraltro entrambi bravissimi, disegnano un quadro familiare che immagine dopo immagine si disgrega in un epilogo disarmante. Il delitto diventa un prestesto per esplorare lividi rancori covati nell’ambito familiare che aldilà degli eventi invocano rivendicazioni inascoltate. Gli altri attori del cast sono all’altezza e  disegnano un padre annientato dal dolore di una famiglia distrutta (Albert Finney) e una moglie amante fragile, testimone inerme del delitto e castigo che si compie (Marisa Tomei). Non sembra neanche di trovarsi a New York per come scialbe e disadorne sono le ambientazioni volute da un regista, che pur ottuagenario è riuscito a filmare con una modernità sorprendente e con un lucido distacco nei confronti dei suoi personaggi. E’ il film migliore della stagione. Da vedere “prima che il diavolo sappia che siete morti“.

18/03/0808

io, marzo 1978

Ci sono situazioni magari anche banali, nella vita di ciascuno di noi che si imprimono indelebilmente nella nostra memoria perchè legate ad alcuni eventi della storia. La finale dei mondiali di calcio, l’11 settembre, un terremoto. Inevitabilmente ricordiamo dov’eravamo e cosa facevamo quel giorno. Il 16 marzo 1978 ero a scuola, frequentavo la prima media. Alla terza o quarta ora lezione di disegno. Il professore, un artista, un uomo estroso, dai capelli grigi sempre spettinati e apparentemente sulle nuvole, entra in classe con una faccia terrea e ci comunica che poco prima era stato rapito Aldo Moro e uccisa la sua scorta. Poco capivo di politica allora e che importanza avrebbe avuto nella storia della repubblica. Era la fine degli anni 70, guardavo scorrere gli anni di piombo guardando i telegiornali della rai in bianco e nero, e ci si era quasi abituati al fatto che ogni tanto ci fosse un attentato, un rapimento, una bomba. In tv non perdevo una puntata di Heidi e presto mi sarei appassionato alle vicende di Goldrake. Alla lettura dei libri affiancavo i giornaletti a fumetti. Uno in particolare di cui non perdevo un numero (il per me mitico Corriere dei ragazzi diventato poi Boy Music) nel quale i protagonisti erano adulti: poliziotte tettute e investigatori dal fisico scolpito, primi emblemi di un sesso raffigurato di cui non conoscevo nemmeno l’abc. E poi notizie musicali, testi di canzoni e poster dei cantanti con i quali avevo tappezzato le pareti di camera mia. Il primo 45 giri acquistato: “Summer Nights” tratto da Grease (1500…2000 lire?) che potevo finalmente suonare in una piastra per dischi usata nel salotto di casa. Un ragazzo con degli improbabili occhiali a goccia che si scurivano alla luce e la riga a destra tra i capelli che si apprestava al traghettamento verso l’adolescenza con quel senso di smarrimento e di terrore visto nello sguardo del professore, difficile da dimenticare

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05/03/0808

io sono amico di persepolis

Persepolis è un piccolo gioiello di animazione, che nel suo minimalismo essenziale, narra infanzia e giovinezza di una ragazza iraniana, alter-ego della disegnatrice e regista del film. E’ anche il pretesto per raccontare un pezzo di storia del suo paese, che sommariamente conosciamo attraverso le cronache di guerra e di integralismi dei telegiornali degli ultimi trent’anni, dalla caduta dello scià di Persia, alla guerra con l’Iraq fino alla repubblica teocratica dei giorni nostri. Una film autobiografico che per il suo realismo e attinenza alla storia recente sembrerebbe piu’ diretta a un solo pubblico adulto, ma che a mio avviso potrebbe interessare e divertire anche un pubblico piu’ giovane. Il personaggio Marjane, riesce ad appassionare lo spettatore al punto tale che ci si dimentica trattasi solo di un disegno animato in bianco e nero, pur essendo ben lontano dalle realizzazioni di computer grafica a tre dimensione dei film di animazione di oggi. E’ anche un film di valori, coerenza, integrità personale, e mette in evidenza come alcuni di questi siano percepiti diversamente tra Oriente e Occidente. Eccellente l’immaginario scelto per visualizzare fasi come l’innamoramento, la guerra o la depressione.

02/03/0808

treperuno

…giusto per non lasciare senza commento le visioni al cinema di febbraio un giudizio condensato di tre film…poi mi dicono che scrivo poco…pigramente vostro…

Sogni e delitti è forse il film piu’ newyorchese del ciclo londinese di Woody Allen, è forse questa è la delusione piu’ cocente di chi si aspettava una trama alla Match Point. Invece è un film dai pochi colpi di scena, molto parlato, dove entrambi i bravi protagonisti, assorbono totalmente l’impronta “alleniana” nella loro recitazione. Si sa che il castigo è in agguato ma si preferirebbe un finale migliore. Invece Allen disegna una nemesi forse scontata anche se il risultato è comunque piacevole senza infamia e senza lodo.

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Caos Calmo è la rinascita del cinema italiano? Ero andato a vederlo speranzoso che nonostante le grandi polemiche sulla scena di sesso, Moretti non potesse recitare in un brutto film. Che nonostante il battage pubblicitario puntasse sul torbido, tutto ciò fosse il prezzo da pagare per far digerire ad un pubblico piu’ ampio la presenza di Moretti sullo schermo per il 90% del film. Un Moretti piu’ pop che accantonata la politica si dedica ad un soggetto interessante come la difficoltà dell’elaborazione di un lutto, ma con una recitazione e un cast da fiction televisiva. Le immagini sono piatte cosi come la fotografia. non decolla mai veramente. Tornando a casa dopo la visione del film che mi ha lasciato con un “tutto qui?”, compresa la famosa scena di sesso che di erotico a mio parere aveva ben poco e non aggiunge niente al film, sono andato a ravanare tra i siti di cinema che consulto abitualmente, gli spietati e la cinebloggers connection, per avere conforto di non essere l’unico cui non fosse piaciuto. E invece i giudizi sono piu’ o meno positivi. Sicuramente vincerà dei premi perchè in un un panorama cosi asfittico come quello dei film italiani eccelle sicuramente. Ma solo io l’ho trovato semplicemente poco interessante?

Lo Scafandro e la farfalla è invece un film dai toni forti ma con una vena ironica non indifferente riesce a raccontare il dramma vissuto di un giornalista francese, costretto dopo un ictus che lo paralizza interamente, a comunicare con il mondo esterno tramite il movimento di un occhio. Per i primi venti minuti il regista costringe il pubblico a immedesimarsi nel risveglio dal coma del protagonista. Il suo occhio è il nostro occhio, le sue sensazioni sono le nostre sensazioni ed è questo il punto di vista nuovo e originale che non incline a facili pietismi riesce a regalarci un’ora e mezza di vere emozioni. In particolare la scena sulla spiaggia per il primo incontro con i figli. E’ un film positivo con una carica vitale che mai viene smorzata.

13/02/0808

Noi che non siamo altro che chiappe rammollite

INTO THE WILD di Sean Penn è un film molto bello e imperfetto, perchè narra con rispetto e delicatezza, ma senza facili esaltazioni, l’insano ideale di relazione con il mondo inseguito con ossessione dal protagonista. A volte il regista indugiandoInto the wild forse un po’ troppo in immagini da cartolina di alcuni paesaggi selvaggi incontrati nel percorso ma non si può dargli torto che avendo come sfondo alcuni dei territori più belli degli Stati Uniti, non si poteva fare altrimenti. Difficilmente nella vecchia Europa un ragazzo europeo avrebbe potuto trovare un luogo in cui effettivamente vivere nella solitudine più totale. Nel film, tratto da una storia vera e documentata con un diario, il protagonista decide di diventare Alexander Supertramp di far perdere le sue tracce per lasciare una vita apparentemente tranquilla e raggiungere l’Alaska. L’Alaska in realtà non è altro che un alibi per provare a se stesso che la solitudine può essere una dimensione di vita che non ti fa mancare nulla ma è anche lo strumento piu’ torturante per infliggere una punizione sia ai propri genitori rei di non avergli insegnarto un modo per relazionarsi con l’altro sia a se stesso mentre immola la sua giovane età in un desiderio di fuga che si sviluppa via via delirante. Niente possono fare per distoglierlo le persone incontrate durante il suo cammino. Unico rifugio di conforto la lettura e la scrittura. Noi chiappe rammollite sulle poltrone, che a volte pensiamo di trovarci in terre selvagge e desolate nel nostro cammino interiore,  assistiamo impotenti ma con una stizza di reazione alla fine annunciata e disperante, perchè forse in quel cammino siamo già consapevoli che la condivisione rende reale la felicità.

09/02/0808

L’ingegnerino dalla piuma rossa

Non mi ero mai posto di cosa volesse dire stare dietro le quinte in un teatro. Quando da spettatore vedevo una rappresentazione mi ponevo di fronte solo a quello che vedevo, lasciandomi emozionare da chi o che cosa fosse in scena. Sopra un palcoscenico teatrale c’ero già stato durante qualche memorabile ma raro concerto. Immobile con una partitura tra le mani, seguendo i cenni del direttore e modulando la mia voce a tempo di musica. Ricordo: il buio in sala, il silenzio, il pubblico indistinto che respirava come se fosse una sola anima, l’adrenalina che fa tremare il palato e che mi confermava che c’era emozione, l’applauso liberatorio. Ma farne parte, entrare nella scena, partecipare anche con la mia faccia e con il mio corpo non mi era mai capitato finchè non ho incontrato Donizetti sulla mia strada.

No, non sono rimasto folgorato dalla musica del compositore bergamasco, non in senso letterario, ma mi sono trovato nel giro di un anno a dover accompagnare come corista alcune sue opere, l’ultima delle quali Don Gregorio, rifacimento dello stesso autore, per il teatro San Carlo di Napoli, della piu’ nota “L’ajo nell’imbarazzo“. Il protagonista è il precettore dei figli di un marchese integerrimo e misogino ed ha il compito di educare i due giovani e di tenerli alla larga dalle donne viste come simbolo della perdizione. In realtà i due si danno da fare alle spalle del padre con le sole due presenze femminili in scena: una vecchia cameriera e una vicina di casa con tanto di figlio appresso. Da qui si dipana una vicenda di equivoci e sotterfugi con il sospirato lieto fine. Testimoni severi, ma fino a un certo punto, di tutte le vicende la schiera dei camerieri che è interpretata dal coro.

Ah, terremoti! Ah, miseri: e come si farà?

L’edizione moderna che come quella originale vede sostituite le parti dei recitativi con dialoghi, disegna la figura del protagonista attingendo a piene mani dal reportorio classico del teatro napoletano. Don Gregorio a volte è De Filippo, a volte Totò, a volte Nino Taranto grazie ad una magistrale interpretazione a tutto tondo di Paolo Bordogna, che ha contribuito alla riscrittura di alcune parti. La scelta registica poi di rappresentare il tutto come una tragicommedia dei segreti, ciascuno dei personaggi ha un segreto da nascondere, primo fra tutti Don Gregorio che ama travestirsi nel privato, ha il pregio di rivitalizzare l’opera con freschezza e vivacità che diverte gli spettatori e magari fa storcere il naso ai melomani di tradizione.

Pur avendo pochi interventi in scena è stato comunque divertente e appassionante partecipare a questo allestimento condividere le giornate di prova e le rappresentazioni con un cast artistico di tale levatura, considerando poi che nella stessa giornata dovevo dividermi tra le scrivanie dell’ufficio e le assi del palcoscenico. Non essendo un grande appassionato di lirica mi approccio all’opera senza conoscere nulla né della storia né dell’impianto musicale e questo contribuisce ad accrescere in me la curiosità e l’entusiasmo nella costruzione dell’evento durante le prove.

Lo sguardo da dietro le quinte

E cosi da dietro una quinta, nei momenti di pausa in cui non ero in scena, con l’immancabile fotocamera tra le mani, mi sono goduto lo spettacolo da vicino e mai come stavolta è stato piacevole esserci.

Il secondo atto è poi un susseguirsi di travestimenti da parte di tutti i personaggi per accogliere finalmente una donna in casa che rimane l’unica vestita in abiti maschili, mentre pure il coro abbandona l’austerità del gilet e della parananza da cameriere, per indossare vestaglie di chiffon e bolerini con boa di piume per prodursi in un finale colorato e glamour alla “cage aux folles”.

Pubblico entusiasta nelle due serate messe in scena al teatro della fortuna di Fano a chiusura del Carnevale e non poteva essere altrimenti.

Per rendere l’idea un estratto video da un precedente allestimento al Wexford Festival Opera 2006 ma che annovera lo stesso cast di Fano.

 

Per chi è interessato prossimamente qui …. ma senza il sottoscritto ovviamente… :)

27/01/0808

Libere dal serraglio

Il mio rapporto con la fotografia è relativamente recente. Ho iniziato a documentare alcuni viaggi con una piccola digitale Konica. Scatti, riguardi, cancelli, salvi….Nessuna impostazione manuale, qualche piccolo fotoritocco successivo. Viaggi che così rimangono impressi nella memoria.
Da qui a decidere poi di pubblicarle su internet il passo è stato breve. Mi registro su Flickr e comincio a pubblicare in rete reportage dei miei viaggi. Qualche visita pilotata dal blog oppure passaggi casuali, rari commenti da altri utenti registrati. Una presenza sonnecchiante anche su Flickr insomma, del resto come in molte comunità virtuale se la tua partecipazione non è attiva, anche nei confronti di altri utenti, difficilmente riesci ad attirare l’attenzione.
Dopo cinque anni di “gloriosa” complicità con la Konika, che cominciava a mostrare i suoi limiti, batterie che duravano sempre meno e un obiettivo sempre piu’ piccolo rispetto alla mia visione. Non mi azzardo ad acquistare una reflex digitale viste le mie scarse conoscenze di tecnica fotografica e ripiego su una Sony con un minimo set di impostazioni manuali.
Da lì ho cominciato a portarmela sempre con me e non solo durante i viaggi. Ho fatto un corso di fotografia, ho ampliato la rete di contatti e pubblico sempre piu’ di frequente sottoponendo al giudizio della rete i miei lavori.

Liberate dal serraglio di Flickr, come consigliato da un amico blogger, alcune foto hanno cominciato a girare. Ieri ricevo un’e-mail nella quale mi si chiede il credit per una mia foto che è stata utilizzata nel sito style.it di Vanity Fair come link al carnevale di Fano. Non può che farmi piacere, le mie foto sono pubblicate con licenza Creative Commons (by-nc-nd) che permette a chiunque di poterle utilizzare scaricare e pubblicare purchè sia inserito un riferimento all’autore.

Schmap.com, un sito di guide online mi ha chiesto il permesso di utilizzare tre mie foto in diverse guide di viaggi: Napoli, Praga e Stoccolma e anche in questo caso ho acconsentito volentieri. Eventi minimi ma di grande soddisfazione per me… piccoli fotografi crescono?

20/01/0808

Ritorno al Carnevale

Si sono appena spente le luci di Natale sui balconi, che è già Carnevale. Ritorno a vedere la sfilata dei carri di Fano. dopo diversi anni, con il pretesto di fare qualche scatto. I carri scorrono inesorabili con i loro colori esplosivi, nel grigiore della nebbia, perpetuando il rito profano del Carnevale e offrono poco di nuovo ai miei occhi rispetto a quando ero piccolo che mi sembravano giganteschi e affascinanti.

Mancano appunto le sensazioni che agli occhi di me bambino rendeva no quella festa molto affascinante: l’attesa della festa, la curiosità dei carri, i coriandoli, i bambini in costume, il getto di dolciumi dai palchi e dai carri. Tuttavia non sono mai stato coinvolto fino in fondo: non ero mai fiero del mio costume quelle poche volte che l’avevo, e tornavo spesso deluso del modesto bottino che riuscivo a racimolare di caramelle che non mi piacevano e cioccolate già pestate da altri. Non mi gettavo nella mischia, ne ero attratto eppure rifuggivo quei gruppi di ragazzi che giravano con i manganelli di plastica. Segno dei tempi oggi la sfida è a spruzzi di bombolette di schiuma e stelle filanti in formato spray. Ormai ventenne ho avuto soddisfatto il mio desiderio di salire su un carro, e di essere io quello che poteva distribuire un po’ di felicità nei bambini, che si assiepavano sotto per fare incetta di dolci. Poi dopo qualche anno sui palchi ho evitato di partecipare. Tutto sembra come allora, ma difficile rubare qualche scatto che mi soddisfi.

13/01/0808

Antichi talenti

In IRINA PALM si parla di una signora di mezz’età che in necessità di denaro è costretta ad abbandonare i pomeriggi del te con le amiche e intraprendere una carriera che la porta a scoprire un raro talento e ad essere contesa come da piu’ parti. La partecipazione al festival di Berlino e l’interpretazione della protagonista di Marianne Faithfull, icona rock del passato ma ormai appesantita signora sui 60, è servita come lancio pubblicitario del film nel circuito del cinema colto anche se forse è la curiosità di come questa signora esercitasse il suo talento ad attirare il pubblico: il talento consiste in una sapiente e rara bravura nell’eseguire la masturbazione ai frequentatori di un night di Soho a Londra. La storia di per sè è semplice e realizzata altrettanto semplicemente senza sbavature, ma con poco coraggio a mio avviso. Forse per bilanciare la scabrosità dell’argomento il regista accentua i toni da commedia rosa e strappalacrime rendendo le vicende della storia scontate e prevedibili al punto tale che se il talento della signora fosse stato nel pulire le scale di un condominio o nel fare da badante a un anziano, la sceneggiatura sarebbe stata ottima per un film scartato dalla Disney.

Buoni sentimenti, comprimari macchiette, una love story con il magnaccia del locale, interpretato dallo stesso attore che fu macellaio con la Parietti, e l’inevitabile happy end. E anche l’interpretazione della protagonista è abbastanza monocorde. Sicuramente sopravvalutato.

tv.gif Trailer

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